Train de vie: un treno per vivere

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Documento inserito mercoledì 10 settembre 2008

Train de vie: un treno per vivere


“…c’era una volta un piccolo Shtetl, un piccolo villaggio ebraico dell’Europa dell’Est. Era l’anno 5701 cioè 1941 secondo il nuovo calendario. Era d’estate, l’estate del 1941, il mese di luglio, credo. Io fuggivo credendo che si potesse fuggire da ciò che si è già visto, troppo visto. Correvo per avvertirli, i miei, il mio Shtetl, il mio villaggio. E questa è la storia, così come tutti noi l’abbiamo vissuta…”. È con queste parole che Shlomo, il matto del villaggio, da inizio a Train de vie, film del 1998 diretto dal regista Radu Mihaileanu (Romeno, di religione ebraica), che tratta in maniera allegorica e quasi comica il tema dell'olocausto degli ebrei durante la seconda guerra mondiale. Il film è ambientato nel 1941: in uno Shtetl, un piccolo villaggio ebreo nell'Europa dell'Est progressivamente invasa dai nazisti. Schlomo avvisa tutti che nei paesi vicini gli ebrei vengono deportati dai nazisti e propone un’idea: risistemare un vecchio treno per scappare e portare tutto il paese verso Israele. Ci si divide i compiti, chi fa la parte del militare nazista, chi del deportato. L'impresa ha inizio tra consensi e dissensi (nasce persino un'agguerrita cellula comunista). Si beffano i nazisti, si disorientano i partigiani, ci si incontra (sul piano umano) e ci si scontra (su quello musicale) con gli zingari. Finché si giunge in una terra di nessuno…
Tra sogno e realtà, Shlomo, il demiurgo, ci conduce per mano attraverso una trama che altro non è che la ricerca utopistica di un mondo privo di ingiustizie, la volontà di sostituirsi alla mano di Dio nella creazione di una realtà accettabile, perché quella che si sta vivendo è troppo difficile da sopportare per un animo sensibile come quello di un folle. I confini del possibile, allora, si dilatano fino a creare un territorio franco ove solo ebrei e zingari (uniti dalla musica) possono entrarvi. I nemici, i veri nazisti come anche i comunisti non vi hanno accesso. I primi verranno continuamente derisi, gli ultimi osserveranno la carovana solo da lontano, per poi allontanarsi quasi come sconfitti, paradossalmente, dalla forza dei più “deboli” e, da quel treno che per ironia della sorte è proprio l’astrazione di quello destinato ai campi di sterminio. Ed anche quando verrà rappresentato sullo schermo l'incenerimento della Torah, distrutta con gli arredi e le suppellettili della povera sinagoga dello Shtetl, quando tutti gli oggetti utili per una spiegazione sacra del mondo saranno cancellati dall'insensatezza, verranno allestite liturgie riempite dal bisogno di celebrare il Purim come normalità che sacralizza qualsiasi luogo ("La terra potrebbe essere santa ovunque"), riutilizzando frammenti della memoria, per creare una realtà che conduca fuori dall’incubo. Un film che negando l’Olocausto, ne rafforza la memoria calcando la mano sulle assurdità della storia che forse troppo facilmente vengono dimenticate. Un film intenso ove il sogno di salvezza e speranza, poeticamente raccontato dal regista ed accompagnato dalle deliranti musiche di Goran Bregovic, si intreccia garbatamente con l’ironia tipica del divertimento Yiddish. La finzione verrà sostenuta fino alla fine, fino a quando lo sguardo intenso di Schlmo invaderà lo schermo intero per richiamarci alla realtà nel disvelamento dell’atroce. Perché il treno che corre sui binari, sui binari della vita, altro non è che una favola ideata dal matto dello Shtetl, uno specchio parallelo dove imprigionare la realtà, una storia per fuggire da quello che si è già visto, troppo visto. Un improbabile itinerario che viaggia nell’onirico, per sottrarsi alla suprema follia di chi ha tentato di distruggere una cultura, un popolo, degli uomini, troppi uomini.

“…i gerarchi nazisti non ci hanno distrutti, il nostro umorismo non è stato cancellato dalle loro barbarie…” Radu Mihaileanu

Dott.ssa Elisa Lucarelli

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