Recensione del film: “I magi randagi”

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Documento inserito giovedì 11 dicembre 2008


L’incantato cammino de “I magi randagi”



…Una madre cammina su un terreno accidentato, portando in braccio un bambino. Lei è vestita d’azzurro. Suo figlio sorridente e abbigliato di rosso, è lasciato sotto un albero… C’erano una volta tre saltimbanchi. Tre superstiti di un circo fallito.
Sono un francese, un tedesco, un italiano. Attraversano l’Italia e, in un paesino, dove “atterrano” vestiti in strano modo, vengono assoldati dal parroco per impersonare i Re Magi di un presepe vivente. E scoprono che il Gesù bambino del loro presepe è un pupazzo di coccio perché nel paesino da più di vent’anni non nascono bambini.
Sono troppo impegnativi, troppo costosi. Finita la recita, i tre saltimbanchi passano la notte nel presepe e vedono, tutti e tre, in tempi diversi, passare una stella cometa. Ognuno di loro pensa di essere il destinatario di quel messaggio divino e parte all’insaputa degli altri all’inseguimento della stella. I tre protagonisti attraversano mari e monti prima di riunirsi e di capire che forse tocca proprio a loro l’arduo e definitivo compito di scovare il nuovo Messia. Quello dei magi è solo un sogno o la realtà ?. Ripartono e questa volta, insieme, percorrono in lungo e in largo un paese dove è andato completamente smarrito il senso della vita, dove regna la follia. I magi “randagi” salgono su una nave e vengono poi gettati in mare come clandestini. Arrivano su una spiaggia dove incontrano una Maria, vestita di bianco e di azzurro che partorisce.
La seguono fino ad una baraccopoli, dove fanno la conoscenza di Giuseppe, compagno della donna e latitante. Questi vende loro il neonato che scopriranno poi essere una bambina. Non può quindi essere lei il “Verbo umanato”, ma non possono abbandonarla.
La portano con loro in un bar, per sfamarla. Tuttavia la donna al bancone è inchiodata davanti alla televisione e non riescono ad acquistare il latte. Qui, il bar si mostra come silenzioso luogo di alienazione dell’uomo moderno, preso più dalla visione di una soap televisiva che dal contatto umano e dall’attesa spirituale della Natività. I tre decidono allora di uscire, incontrano nuovamente Maria e le restituiscono la neonata.
Il viaggio prosegue. Arrivano in un campo rom, dove gli zingari sono in fuga, come in un esodo biblico, cacciati da militanti di estrema destra. I magi trovano una cassa, appartenente al gruppo di nomadi. La aprono e ne tirano fuori un marchingegno a metà tra il presepe ed il carillon. Incontrano una nuova Maria. Anch’ella ha appena partorito e questa volta il neonato è un maschio. Il bambino è in lacrime, ma si calma al dolce suono del presepe-carillon. Il padre non c’è. Giuseppe è assente e non si sa chi realmente sia. Si sente un altro bambino che piange. I re magi scoprono che vi è un altro neonato. Maria ha partorito due gemelli. Il viaggio è giunto alla fine…il bambino, vestito di rosso, è sorridente sotto l’albero.
Davanti a lui i re magi, non più con sontuosi abiti orientali, ma di nuovo artisti di strada. La madre ritorna, prende il bambino e lo porta via.
È questa la magica favola raccontata da Sergio Citti nel film “I magi randagi”. Un viaggio picaresco dove sacro e profano giocano ad intrecciarsi per raccontare in modo naturale una storia narrata da secoli. Ma il regista romano lo fa in modo surreale e folle perché “bisogna essere folli per essere chiari”. E per questo mette in bocca ai tre sottoproletari, artisti dell'arrangiarsi, l'innocenza del suo messaggio “il cielo e il sole non costano niente e dobbiamo amarli”.
Con una speranzosa convinzione finale secondo la quale ogni nuova nascita è la nascita di un nuovo Messia. Si celebra così l’ingenuità, la bontà dei semplici, un mondo in via di sparizione, forse già scomparso di fronte all’egoismo che circonda il benessere e la paura di perderlo. In questa pagina di giornale ho solo tentato di farvi ripercorrere il cammino compiuto con questa pellicola da Sergio Citti, il cammino dei magi “randagi” guidati da una luce surreale alla ricerca dell’amore e dei sogni. Ho desiderato raccontarvi una favola e null’altro.
E questo perché a volte ascoltarne una arricchisce più di molti commenti. Le più belle opere d’arte spesso non hanno bisogno di molto se non di quello che da sole mostrano nella loro semplicità.


Dott.ssa Elisa Lucarelli

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