LETTERA APERTA A…IL LOGGIONE
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Documento inserito giovedì 10 dicembre 2009
LETTERA APERTA A…IL LOGGIONE
Buonasera,
mi chiamo Gemma Donati.
Mi rincresce sottolineare taluni aspetti della vostra trasmissione andata in onda sabato 21 novembre 2009 relativa a La Traviata di G. Verdi andata in scena al Teatro Regio di Torino.
Mi rincresce non tanto nella qualità di cantante, né in quella di dott.ssa in musica quanto piuttosto da fruitrice ed appassionata d’opera.
Avevo già riscontrato la mancanza di un qualsivoglia filo conduttore o criterio nella vostra trasmissione e la conseguente mancanza di un’evoluzione. Ciò non facilita affatto la comprensione da parte dello spettatore. Da un punto di vista cronologico, infatti, non vi è una presentazione consequenziale e lineare dei principali momenti dell’opera e ciò crea uno scompenso notevole nello sviluppo psicologico dei personaggi; parimenti anche il punto di vista filologico è pressoché assente. Questi dati possono tutti essere facilmente identificati nello specifico della puntata presa in esame.
Nulla togliendo alla bravura evidente della Mosuc, a mio avviso, è grandemente fuorviante per i ‘non addetti ai lavori’, improntare tutta la prima parte della trasmissione sull’interpretazione del mi bemolle sovracuto, Innanzitutto perché per quanto ascrivibile ad una ‘prassi’, rimane un dato che Verdi non ci ha lasciato scritto. Ritengo che questa importanza conferita ad un elemento che può esserci come no in relazione non solo alla vocalità, alla psicologia dell’interprete del ruolo, ma anche ad una esplicita scelta del direttore, non faccia che accrescere l’ignoranza di coloro cui abbisogna esclusivamente un acuto per definire una voce ‘bella’ tout court.
Eppure, nonostante questo comprensibile riferimento alla tradizione, esso non viene affatto bilanciato da una scelta filologica assai inconsueta del direttore d’orchestra (il M° Noseda) scelta che, per l’appunto, ribalta una ‘prassi’ molto radicata, ossia l’apertura di taluni tagli tradizionalmente apportati all’opera. In tal senso sarebbero bastati solo dei brevi accenni atti a suscitare la curiosità dei telespettatori.
Altro elemento che mi preme annotare è che – ancora premesso e riconosciuto il pregio della Mosuc- il curatore Vittorio Testa non può portare come esempio dei perfezione il filato sul la del finale dell’Addio del Passato che, per quanto tecnicamente corretto, è intollerabile a livello d’intonazione. Trasmissioni come la vostra, rimaste uniche paladine massmediatiche a favore dell’opera, dovrebbero secondo me, riportare esempi atti a perfezionare il senso critico, non a ‘mediocrizzarlo’, se mi si concede il termine.
Infine, sarebbe bello sfatare il mito della primadonna come valore assoluto dell’opera e dunque concedere più spazio a tutti quegli anelli della catena che si attivano durante una produzione: la protagonista infatti, senza figure e contesti cui relazionarla, diviene assolutamente fine a se stessa. Parlo di riferimenti alla regia, alle scelte musicali del direttore (cui prima si accennava) e come queste vengono realizzate dall’orchestra, rifuggendo da giudizi del tipo “tempi troppo veloci, ma aderenti alla psicologia del personaggio”…In altre parole, giudizi meno diplomatici avrebbero forse un valore più concreto e costruttivo che contribuirebbe a formare il senso critico tra gli ascoltatori/spettatori. Giudizi positivamente schietti, dialetticamente efficaci proprio come quelli pronunciati lapidariamente da chi popola ….il loggione!
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