La cultura della solidarietà

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Documento inserito venerdì 3 ottobre 2008

LA CULTURA DELLA SOLIDARIETA’


Il concetto di solidarietà, nella società contadina, ha costituito da sempre una sorta di asse portante, un punto di riferimento in eludibile. I grandi, periodici drammi della guerra e delle carestie lo avevano fatto diventare qualcosa di scontato, insostituibile, essendo latitanti le istituzioni. A ciò aveva contribuito non poco l’educazione religiosa, diffondendo principi e valori in cui le classi popolari si riconoscevano quasi naturalmente.
Con lo scardinamento tumultuoso e sconsiderato di quel mondo e di quei principi, travolti dalla pressione incalzante e inarrestabile di nuovi modelli economici e sociali, il grande valore della solidarietà è andato progressivamente sbiadendo, e non solo nelle grandi realtà urbane.
Ma chi frequenta luoghi segnati dal dolore, perché travolto dalla sorte e per motivi professionali, è portato necessariamente a comprendere l’importanza di questo valore, che non di rado si rivela più attivo e risolutorio di tanti farmaci. In tale contesto, lo sforzo dei singoli individui è certamente apprezzabile, ma si rivela scarsamente incisivo.
Di qui l’importanza insostituibile che viene ad assumere l’associazionalismo, nella fattispecie.
Non si tratta solo di riproporre, in modo generico e retorico, la rilevanza del principio di solidarietà, bensì di saper cogliere la complessità della realtà in cui si è chiamati ad operare, e intervenire conseguente.
Attraverso l’unificazione degli sforzi, muovendo da esperienze comuni, maturate e analizzate, si può portare concreto sollievo a soggetti chiamati ad affrontare una prova impegnativa, ma non sempre insormontabile.
Non di rado l’informazione medica è limitata all’aspetto tecnico, clinico della questione, ma i dubbi tremendi e le apprensioni che travagliano il paziente sono spesso di carattere ben diverso; di natura esistenziale, strettamente connessi al contesto economico e sociale in cui il paziente operava, al livello di istruzione.
Di qui l’importanza straordinaria, rassicurante ed educativa, che può e deve assumere l’azione mirata di chi ha già provato e vissuto l’esperienza: può informare, rieducare, tranquillizzare. Il concetto stesso di cultura della solidarietà deve essere rivisitato criticamente e aggiornato.
Diverse sono le esigenze degli individui e diverso è il contesto economico e sociale; e cultura solidale dovrà significare sempre più impegno nell’ambito familiare e nel contesto sociale.
Non può né deve essere dato per scontato che l’accoglienza in famiglia sia un fatto automatico, scontato; questo avviene sotto il profilo formale, ma nella sostanza non è sempre così. Anche perché i pregiudizi inerenti il “male inguaribile” sono molto diffusi e persistenti, e ben poco viene fatto per vincerli, ricorrendo all’educazione e all’informazione.
L’interazione tra personale medico e soggetti che già hanno vissuto l’esperienza può sortire risultati altamente positivi: accorgimenti, tecniche, sistemi comportamentali e di reazione possono essere trasmessi con efficacia in tempi brevi, permettendo di superare situazioni di disagio che si vengono a creare, soprattutto nelle fasi iniziali.
Né va taciuto che meritano estremo rispetto ed attenzione soggetti particolarmente esposti ed indifesi; prevedere che l’Associazione trovi la forza di intervenire anche da lontano, non dovrebbe restare un pio desiderio, ma costituire motivo di impegno.
Risulta essere molto più convincente e stimolante la “voce” di chi è passato per “quei campi”, rispetto all’intervento, per quanto autorevole e scientifico, dello psicologo. A tal fine, pensare a corsi preparatori e ad un impegno congiunto e pilotato, sembra essere più che ragionevole. Per converso, deve essere sottolineato con grande forza l’importanza che viene ad assumere in tale contesto il ruolo del personale medico.
Superando i limiti del puro e limitativo momento tecnico, straordinario è il beneficio che può essere apportato al paziente e ai familiari attivando forme di comunicazione comprensibili, rassicuranti e soprattutto informando; le conoscenze scientifiche e le esperienze maturate costituiranno la guida più sicura.
E sarà un rapporto di solidarietà rispettosa, teso a unire soggetti che la sorte ha accostato per caso.
Sarà un modo civile ed umanissimo per cancellare lugubri ricordi di un passato non troppo lontano, quando un diaframma invalicabile separava persone impegnate, almeno teoricamente, in una battaglia comune, pur con ruoli particolarmente diversi.
Ma centrale resta il problema del reinserimento dei soggetti nella società civile, al di là e al di fuori dello stato di precarietà, più o meno accentuata, che segna e contraddistingue la loro condizione.
In un contesto sociale segnato dall’edonismo, della corsa forsennata all’effimero, è difficile trovare ascolto per tutti, non solo per chi è svantaggiato. In tale frangente si rende necessario agire con determinazione, attivando anche i mezzi di informazione più idonei.
Spesso, chi è svantaggiato tende a richiudere nel suo piccolo mondo, e non di rado anche l’Associazione si trasforma, magari involontariamente, in una sorta di nicchia in cui i “diversi” tendono ad isolarsi. È una logica consolatoria di corto respiro, perché non raramente i soggetti interessati sono ancora nel discreto vigore, fisico e mentale, e perché le tematiche da affrontare non possono certo essere risolte solo ed esclusivamente dall’interno.
Le “disattenzioni” della società civile e delle istituzioni, inerenti anche problemi prioritari, che limitano e condizionano l’esistenza, possono essere affrontate concretamente solo informando, pubblicizzando e coinvolgendo, mettendo da parte qualsiasi forma di vergogna e falso pudore, che purtroppo esiste ed è diffusa, sortendo effetti paralizzanti. Chi ha limitazioni fisiche anche devastanti, ha il diritto-dovere di essere reinserito e di reinserirsi nel consorzio civile, e a tal fine si dovrà operare attivando tutti i mezzi adeguati.
Solidarietà non deve voler significare pietosa comprensione, che può arrivare ad esprimersi sotto forma di obolo variamente articolato, bensì presa di coscienza e denuncia ferrea dei limiti che si trova a dover affrontare chi intende riprendere a vivere e ad operare. A tal fine solo una organizzazione forte ed incisiva, che sappia individuare e sottoporre agli organismi istituzionali preposti i problemi più rilevanti, coinvolgendo anche le forze politiche, troppo spesso distratte e sonnolente. Problemi di assistenza medica e sostegno economico esistono non di rado, e possono trasformare esigenze già minate in un inferno.
Fuori da ogni retorica, è operando in questa direzione che si potrà contribuire ad affermare e diffondere una reale e concreta cultura della solidarietà, segnata da un interessamento costante e positivo per chi è stato paralizzato piuttosto severamente dalla sorte, nella prospettiva di un recupero e reinserimento effettivo dei soggetti nel consorzio civile.

Nino Di Gesaro

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