Il profumo dei leggeri violini di Chagall

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Documento inserito giovedì 11 settembre 2008

Il profumo dei leggeri violini di Chagall


È strano come a volte si possa ignorare un pittore perché i suoi quadri li consideriamo “brutti”. Ed invece bastano le parole di qualcuno per farti interessare ad opere sulle quali prima non ti saresti soffermata per più di qualche secondo…è successo proprio a me. Qualche sera fa ho ascoltato un’intervista fatta ad Uto Ughi, il famoso violinista. Tra le sue parole è scivolato un riferimento ai leggeri violini di Marc Chagall ed ho pensato…cosa avranno mai questi violini di così bello e leggero da aver trovato posto nella mente di uno che di violini se ne intende, di una persona che ha fatto di quel suono così sottile e nello stesso tempo potente, la sua ragione di vita!
Volano, ecco cos’hanno. Volano nel senso che si librano metafisici nell’aria creata da dimensioni oniriche mai pensate. Ed attraversando i colori della tavolozza chagalliana mi sono ritrovata, senza volerlo, immersa nelle strade della tradizione di cui vi parlavo lo scorso mese, quella yiddish. E si, perché Marc Chagall era di cultura ebraica. Trascorse la sua infanzia proprio nel chiuso mondo di uno shtetl, perso nella grande Russia tra lo zio, mediocre violinista ed il nonno che amava sedere sul tetto della casa per osservare la strada e “sgranocchiare qualche carota”. Ed è proprio questo il ricordo che porta nelle sue tasche quando, non ancora ventenne, lascia quella realtà ormai troppo stretta per la sua arte e si ritrova ad abitare nel quartiere parigino della “Ruche”, sulla rive gauche di Parigi. Emblematiche le sue parole “…nessuna accademia avrebbe potuto darmi tutto ciò che ho scoperto mordendo le mostre di Parigi, le sue vetrine, i suoi musei, a partire dal mercato…”. In questa città piena di fervore artistico Chagall riuscì a far esplodere la sua tavolozza. Incontenibili colori squillanti, scintillanti, capaci di cantare, “…io ho portato i miei oggetti dalla Russia, Parigi vi ha versato sopra la luce…”. Di questo suonare ininterrotto gli artefici non sono solo i colori assieme alla mano dell’artista, mediatore tra Dio ed i lettori dell’arte. Ecco sulla scena violinisti vestiti come clown che si arrampicano sui tetti, sorvolano il villaggio ed arrivano sempre più in alto fino a raggiungere una rossa coperta distesa sul cielo che fa da baldacchino ai più dolci amanti. Violinisti con la loro musica sempre in bilico su una casa, su un camino, su un albero, arrampicati in cielo, specchio della condizione del popolo ebraico, del suo popolo, della sua gente. Quella gente di cui riusciamo a vedere gli occhi che scrutano la realtà dalle loro piccole case di legno, dalle abitazioni di cui però non vediamo quasi mai gli interni, perché tutto ciò che appartiene all’intimità deve essere solo suggerito e così immaginato. L’arte non deve urlare, deve sussurrare per farci entrare nelle case dei contadini, per farci sentire gli spifferi di vento dalle finestre, per farci assaporare il buio misterioso della notte nel piccolo villaggio natio di Vitebsk. E la musica sempre presente tra le piccole cose del mondo, come fattore ultraterreno ed incantato.
Andate a cercare qualche riproduzione dei quadri di Chagall e non lasciate che la stravaganza delle forme vi faccia desistere dall’immergervi nelle dimensioni impalpabili e colorate. Lasciatevi pure trascinare nel mondo stupefatto e favolistico dove una sposa viene stretta dalle braccia di un uomo – asino, dove capre con le ali avvolgono il cielo in una notte dal colore più intenso del blu, in uno specchio dalle tinte viola che invita a percorrere le strade dell’inconscio, a passeggiare nel cielo. Chagall ci consegna un mondo fatto di sogni, quei sogni che popolano la notte dell’infanzia. Un mondo che profuma di blu, di carminio, di una madre che culla un figlio, di un cielo notturno ed umano che avvolge due amanti sospesi su Place de la Concorde, di un poeta che dorme e sogna sull’erba, di un’acrobata leggera, di una sposa che vola sul cielo di Notre Dame. L’aria che ha il profumo degli angeli e delle note di un violino, di fiori che non appassiscono mai perché “…i fiori non li posso veder morire, per questo li metto sulla tela e così vivono più a lungo…”.

Dott.ssa Elisa Lucarelli

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