I colori di un'agorà siciliana
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Documento inserito sabato 6 settembre 2008
I COLORI DI UN’AGORA’ SICILIANA
Le ore più calde del primo pomeriggio erano finalmente trascorse (Palermo non è affatto facile da vivere in agosto) ed approfittavo per una passeggiata nelle strade della città. Non avevo un programma ben definito anzi, se ricordo bene avevo deciso di muovermi con la voglia di perdermi un po’…forse è questo il modo più affascinante per conoscere una città sconosciuta. Mi attirarono delle scale, non erano belle dal punto di vista estetico ma ciò che più mi incuriosiva era il non riuscire a scorgere il punto a cui quelle scale in discesa potevano condurre. Mi avventurai e mi ritrovai in una piazza con al centro una fontana, tutt’intorno palazzi che conservavano ancora il fasto di antichi splendori nobiliari, portici silenziosi e soprattutto tendoni rossi a copertura delle strade circostanti con lampadine appese. Un po’ per la mia abitudine di camminare con il naso all’insù sempre alla ricerca di qualcosa ed un po’ per distrazione, mi ritrovai con i piedi leggermente bagnati ed in sottofondo una voce un po’ roca che in lontananza accennava un “…e balati ra Vucciria ‘un s’asciucanu mai…” forse in risposta alla mia seppur silenziosa ma esplicita reazione. Afferrai solo una parola: Vucciria. Senza volerlo ero finita nello storico mercato palermitano, in quell’agorà siciliana che proprio per la vicinanza al porto cittadino stimolò l'insediamento di mercanti e commercianti genovesi, pisani, veneziani, sin dal XII secolo ed a farmi compagnia non potevo sperare di meglio: un anziano signore del luogo, osservatore non visto del mio ingresso in quel mondo; sicuramente sarebbe intervenuto ancora. Lessi l’insegna per capire dove mi trovavo, ero in piazza Caracciolo, ovvero nel cuore di quello che per l’isola non è solo un mercato ma una dimensione dove relazionarsi con il mondo, del luogo di cui avevo così tanto sentito parlare. Dal balcone ecco nuovamente la voce che attendevo e che ormai era divenuta familiare. Iniziò ad elencare nomi di strade e vicoli: via dei chiavettieri, più in là quella dei materassai ed ancora via dei tintori. Erano gli artigiani che un tempo popolavano il mercato e che avevano così dato il nome alle strade. Osservai ed ascoltai quel silenzio che poco si addiceva ad un luogo simile, salutai la mia “guida” e decisi di tornare la mattina seguente. Quella stessa sera, per caso, mi capitò di vedere la riproduzione di un quadro di Renato Guttuso. Quello che catturò la mia attenzione furono delle lampadine accese, erano le stesse che avevo notato nel mercato quel pomeriggio. Il quadro riportava un titolo: la Vucciria. Il caso mi riportava proprio in quel luogo scoperto in maniera imprevedibile. Il pittore lo aveva ritratto così: una grande natura morta con in mezzo un cunicolo dove la gente scorre e si incontra. Un tripudio di colori e la corposa fisicità della folla che si mescola a banconi brulicanti di odori e aromi. Non mi restava che andare a cercare quelle atmosfere nel momento di maggior vita del mercato per vivere un’esperienza che avrebbe coinvolto tutti i miei sensi. La mattina seguente in piazza Caracciolo tutto appariva diverso, quasi irriconoscibile, i vicoli che sembravano stranamente larghi e vuoti non esistevano più, il passaggio era reso quasi impossibile e difficoltoso dalle bancarelle che occupavano la via e dalle persone che lo attraversavano affaccendate a contrattare, i colori si mescolavano agli odori del pesce, delle spezie e della carne sanguinolenta in esposizione, il vocio dei venditori si diffondeva come una cantilena araba nei souk. Tutto era come nel quadro di Guttuso, così affollato, stretto e colorato, il vociare intenso (da qui il termine Vucciria, ovvero confusione), uno stordimento di odori e di suoni reso dall’espressionismo esuberante del pittore siciliano. Per Guttuso “chi conosce la Vucciria, questo straordinario avvallamento urbano nel quale si incastrano e si accavallano le mille botteghe del mercato di Palermo, sa in quale intrigo di vicoli, di piazzette, di crocicchi, di scalinate esso si articoli; sa l' importanza che hanno il vocio, il frastuono, gli odori il brulichio della gente”. I miei piedi erano nuovamente bagnati, alzai lo sguardo e ritrovai la mia “guida” dietro un bancone del pesce impegnato ad irrorare abbondantemente la sua merce e capii perché “il pavimento della Vucciria non si asciuga mai”.
Dott.ssa Elisa Lucarelli
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