Gratuità e azione sociale e l' etica del dono
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Documento inserito venerdì 3 ottobre 2008
GRATUITÀ E AZIONE SOCIALE
IL PROBLEMA DELLA GRATUITA’
Tra i criteri comunemente utilizzati nel definire l'azione volontaria, occupa un posto di
rilievo quello della gratuità, intesa
in senso negativo come assenza di retribuzione per le prestazioni del volontariato
in senso positivo come atteggiamento etico che privilegia il fine solidaristico ed altruista rispetto a quello utilitarista.
I volontari devono continuamente chiedersi «chi glielo fa fare?».
Infatti la vera differenza insita nell'azione volontaria è la spinta motivazionale, è il Perché.
Le persone arrivano all'impegno volontario per tante strade ed in tanti modi diversi,
ognuno ha le sue ragioni che vanno valutate e non nascoste: molti giovani si avvicinano
con la speranza di un lavoro (chi può giudicare di fronte ad un problema così drammatico
e diffuso?), altri per la ricerca di amici , altri di senso per la propria vita; le persone anziane hanno e portano tanti e vari motivi per arrivare a fare volontariato.
Ogni persona deve essere accolta per ciò che è, ma può essere aiutata a crescere
nell'impegno.
Ognuno ha i suoi tempi, le sue modalità, il suo livello di consapevolezza:
l'importante è condividerlo e confrontarlo con quello degli altri, dalle persone vicine, a
coloro che in altri contesti hanno fatto le stesse scelte.
IL COMPORTAMENTO PROSOCIALE: LE TEORIE
Non esiste un'unica teoria in grado di spiegare lo sviluppo morale e prosociale di un
individuo. Le concezioni relative alla tematica in questione sono tante quante sono le
correnti di pensiero attualmente esistenti in psicologia.
LA TEORIA PSICOANALITICA
Nella teoria freudiana così come nelle altre teorie psicoanalitiche, l’attenzione è stata
incentrata sullo sviluppo morale in generale e non su quello propriamente prosociale.
Per comprendere la questione è necessario considerare le strutture che, secondo Freud
(1916), compongono la personalità di un individuo. La struttura più arcaica, in quanto
presente fin dalla nascita del soggetto, è quella dell’Es. Essa svolge la funzione di
gratificare le pulsioni innate (di conservazione, di aggressione, ecc.) e di mantenere
l’organismo in uno stato di assenza di tensioni. Al contrario, l’Io è la parte razionale della
personalità. La sua funzione è quella di soddisfare le pulsioni rispettando le regole sancite
dalla società. Infine la struttura del Super-Io è costituita da regole di comportamento
interiorizzate e dalla rappresentazione di una serie di standard ideali ai quali la persona
dovrebbe tendere. All’interno di questo sistema di riferimento, il comportamento altruistico
viene considerato come un meccanismo di difesa messo in atto dall’Io al fine di evitare il
senso di colpa generato dal Super-Io. L’individuo decide di comportarsi in modo
apparentemente altruistico per impedire la manifestazione delle sue tendenze aggressive
nei confronti di altri individui. Il ruolo inibitore del Super-Io facilita lo sviluppo di una
coscienza morale fondata sul senso di colpa e non sul riconoscimento del carattere
immorale dell’azione (Eisemberg, 1982).
LA TEORIA DELL’APPRENDIMENTO SOCIALE
Le attuali teorie dell’apprendimento sociale differiscono le une dalle altre per la presenza o
meno di fattori di natura cognitiva ed emotiva nei modelli di comportamento prosociale.
Nonostante le divergenze, molti teorici concordano sul fatto che la frequenza di attuazione
di un comportamento altruistico sia determinata dal livello di apprendimento raggiunto. A
tal proposito Bandura (1977) ritiene che l’apprendimento di comportamenti prosociali
venga favorito dall’osservazione del comportamento di persone significative (modelli) per
l’osservatore. L’effetto dei modelli è così potente da agire anche quando non sono
fisicamente presenti. In realtà non tutti i modelli sono ugualmente efficaci a determinare un
comportamento altruistico. E’ più probabile che si seguano modelli affini a se stessi
piuttosto che modelli differenti da sé (Gergen e Gergen, 1990). In tutto questo i processi
cognitivi svolgono un ruolo centrale in quanto “questi ultimi stabiliscono quali eventi
devono essere osservati, come devono essere percepiti e come organizzare le
informazioni al fine del loro riutilizzo futuro” (Bandura, 1977).
LE TEORIE BIOLOGICHE
Per questi teorici l’altruismo si presenta come un fenomeno paradossale in quanto, per il
principio della selezione naturale, si dovrebbe rilevare un decremento della percentuale di
persone altruistiche. In realtà, non si assiste all’estinzione della specie di comportamenti
altruistici in quanto si realizzano due fenomeni: il fenomeno della selezione di gruppo e
quello della reciprocità. Secondo il principio della “selezione di gruppo” gli individui
preferiscono agire al fine di facilitare la sopravvivenza del gruppo stesso. Di conseguenza,
i gruppi che contano al loro interno un’alta percentuale di persone altruiste hanno maggiori
probabilità di sopravvivere rispetto a quelli carenti sotto questo punto di vista. Alla base del
principio della “reciprocità” esiste la convinzione che l’altruista possa essere a sua volta il
destinatario di comportamenti altruistici che incrementano la sua probabilità di sopravvivenza. Barash (1980) ritiene che l’altruismo possa essere considerato un sistema
vitale nel momento in cui vengono soddisfatte alcune condizioni: “L’atto altruistico deve
comportare un rischio piccolo per chi lo compie e procurare un grande vantaggio a colui
che ne usufruisce. Inoltre dovrebbe esistere un’alta probabilità di capovolgimento della
situazione in modo tale che l’altruista diventi a sua volta il destinatario di un atto altruistico.
In altri termini, se l’altruista non ricavasse abbastanza in cambio del costo sostenuto, tale
comportamento non avrebbe la possibilità di evolvere nel tempo” (Barash, 1980).
LA TEORIA DELLO SVILUPPO COGNITIVO
Lo sviluppo morale procede attraverso una serie di fasi in cui ogni stadio è più avanzato
del precedente. Piaget (1932) fu il primo a condurre ricerche empiriche su questo genere
di sviluppo, ma fu Kohlberg (1978) ad individuare una sequenza di stadi corrispondenti ai
cambiamenti delle strutture di ragionamento utilizzate per risolvere conflitti morali.
Relativamente al comportamento prosociale questa teoria riconosce la centralità delle
convinzioni ad esso sottese. Le convinzioni che condizionano l’attuazione di un
comportamento prosociale, sono:
_ Convinzioni che limitano la libertà dell’individuo riducendo il suo senso di potere.
Esempi di convinzioni autolimitanti sono: “Non posso cambiare le cose”; “Non sono
responsabile di quanto sta avvenendo”.
_ Convinzioni che biasimano gli altri, quali: “E’ tutta colpa sua”; “Ognuno ha quello che
si merita”.
_ Convinzioni che esasperano l’apatia: “Non c’è niente da fare”; “Questa situazione è
senza speranza”.
LE AMBIGUITA' DELL'ALTRUISMO
Nel tempo si è fatta strada la convinzione che l'azione volontaria viva in simbiosi con il
concetto di gratuità. Termine, questo (col suo corollario di altruismo, disinteresse, dono),
evocatore di grandi generosità e spirito di dedizione ma che, se non specificato, può
essere fonte anche di grande confusione.
In un contesto di volontariato maturo l'azione reale svolta del volontariato ci aiuta a
superare ogni perplessità: nei comportamenti, anche quotidiani, attraverso i quali viene
svelato il significato profondo della relazione che si stabilisce tra “donatore” e “beneficato”.
Le “ambiguità” dell'altruismo, però, sono reali solo là dove il volontariato è inteso ancora in
senso assistenzialistico e dove l'aiuto verso l'altro è vissuto come una posizione di potere
sull'altro.
Le cose cambiano radicalmente se il gesto del dono si riscatta attraverso finalità ed
operatività che evidenziano non solo la crescita personale di chi “dona” (lo sviluppo di un
senso civico di responsabilità), ma anche e soprattutto l'impegno per il superamento delle
differenze e asimmetrie iniziali (io do - tu ricevi), attraverso la promozione delle autonome
capacità di gestire il proprio sistema di diritti e doveri da parte del “beneficato”, il tutto in un
quadro di condivisione di valori di uguaglianza.
I SIGNIFICATI DELLA “GRATUITA’
Vi è una tradizione ingenua del significato di gratuità che vuole il volontariato
completamente estraneo al rapporto con il denaro. Una concezione accattivante, in
un'epoca in cui tutto sembra assorbito dal mercato ma, purtroppo, astratta perché non
considera che la forma più elementare di azione prosociale è proprio il conferimento di
denaro per una finalità sociale (sono un esempio la raccolta di denaro organizzato
periodicamente dalla LILA per aiutare la ricerca sull'Aids o le vendite di piante organizzate
dalla AISM per sostenere la ricerca sulla sclerosi multipla). La necessità del denaro per
attivare azioni solidali, per promuovere interventi e implementare strutture di servizi, è una
realtà. Non scontata e quindi fondamentale è invece la distinzione tra il profit e il non profit;
nel secondo caso (ed è il caso delle associazioni e dei gruppi di volontariato) il denaro può
essere raccolto per fini sociali e non a fini di lucro ed è questa la prima vera distinzione
che conta.
D'altra parte, non meno ingenuo è pensare che un'azione volontaria gratuita sia di per sé
socialmente valida ed efficace. Credere che nel disinteresse ad ottenere benefici
economici sia implicita la riuscita dell'impegno di volontariato è come affidarsi ad
un'equazione che non considera la complessità dell’azione solidale non riducibile alla sola
sfera delle motivazioni personali o di gruppo. Non bisogna stancarsi di fare chiarezza su
questo aspetto perché l'azione del volontariato, i servizi e gli interventi che attiva, non
possono ormai prescindere dal riferimento a una compiuta cultura dei diritti. La natura dei
servizi offerti dal volontariato esprime una forma di solidarietà sociale fondata sulla gratuità
e oggi, di fronte alla persistenza e all'accrescersi delle quote di disagio ed esclusione
sociale, questo bagaglio di esperienza, motivazioni e valori va speso per elaborare una
nuova cultura della cittadinanza e per continuare a sperimentare nuove azioni senza
perdere di vista l'adesione ai principi di giustizia.
Conoscere il significato dei concetti e dei riferimenti valoriali che si usano e che si
condividono è allora necessario non solo per fugare i dubbi circa la loro fondatezza e
spendibilità sociale, ma per evitare di qualificare l'azione solidale con “vuoti aggettivi”, per
evitare atteggiamenti puristi e per non rifluire nella generica indistinzione delle buone
azioni. In questo senso, sottrarre il concetto di gratuità alla confusione delle affermazioni di
principio è un altro passo nella direzione di un volontariato che non cresce solo sulla
volontà e sullo spirito di dedizione individuali, ma che poggia lo propria azione
sull'attenzione ai gruppi dello svantaggio sociale, sul senso di responsabilità e di
partecipazione alla vita sociale, sul rispetto delle differenze e sulla capacità di
progettazione e incisività politica.
Si è portati ad ammirare chi si sacrifica per gli altri e a pensare che la società sarebbe
migliore se le azioni degli uomini fossero sempre disinteressate, ma è poca cosa sperare
in cambiamenti significativi se non si capiscono i fattori che alimentano l'azione sociale e
soprattutto se non si contribuisce ad alimentare il legame sociale migliorando la qualità
della cittadinanza.
Quando si affronta il problema dell'azione del volontariato si mette subito l'accento sul
punto di vista etico, sui valori e sulle spinte motivazionali quali contenuti che differenziano
il volontario da qualsivoglia altro operatore sociale. Anche parlando di gratuità si tende a
concentrare l'attenzione sul perché delle cose che vengono fatte; quindi le ragioni del
coinvolgimento, le motivazioni prevalenti, i bisogni di autorealizzazione, le scelte etiche,
ecc. Questo interrogarsi sul senso delle motivazioni e dei valori che accompagnano
l'azione volontaria è importante poiché non può esservi un impegno alla partecipazione
attiva senza motivazioni, intenti e interrelazioni sociali concrete. Ma come già accennato,
se in nome dei valori, si smarrisce il senso dell'appartenenza alla comunità sociale e
politica reale, si corre il rischio di trasformare i valori in pure astrazioni e la ricerca dei
perché in un inseguimento della definizione. I valori valgono se accompagnano l'azione,
se la informano e le offrono strumenti di conoscenza; le definizioni servono se assolvono
alla funzione di riconoscere ciò di cui si parla, se camminano insieme con l'esperienza e
se si sottomettono anch'esse alla prova dell'imperfezione. Ostinarsi a ricercare la
motivazione di gratuità pura del volontario è inutile oltre che vano. In materia le teorie sono
tante e risposte univoche non ce ne sono. L’esperienza insegna che non sempre le
persone poste di fronte a situazioni di emergenza intervengono aiutando coloro che sono
in difficoltà e ciò che ostacola la loro azione può avere natura e motivazioni molto
differenti. Importante è far acquisire ai volontari la consapevolezza che le proprie
motivazioni non sempre sono coerenti con la loro immagine di persone impegnate nel
sociale e che bisogna imparare a riconoscere i propri limiti per migliorare. Importante è far
capire che prima di prestare aiuto si deve divenire coscienti dei bisogni e dei desideri
dell’altro.
Secondo Eisemberg (1986) l'attenzione alle esigenze di coloro che sono in difficoltà è
influenzata da fattori di natura personale, dall'interpretazione della situazione, dalle
esperienze passate del potenziale benefattore, dalla consapevolezza relativa alle proprie
capacità di aderire alla richiesta di aiuto. La probabilità che un bisogno venga riconosciuto
e percepito come tale varia in funzione della capacità di inferire (laddove non venga
palesemente manifestato) l'esistenza di una necessità a partire dall'analisi della situazione
e degli indici comportamentali (ad esempio comunicazione verbale e non verbale). Inoltre
per decodificare una richiesta di aiuto è importante che la persona sia positivamente
orientata verso l'altro in quanto un individuo troppo preso dalle sue preoccupazioni
personali difficilmente riuscirà ad essere sensibile e attento alle difficoltà altrui. Persino la
più morale delle persone potrebbe non realizzare le sue buone intenzioni di aiutare. Una
ragione della scarsa consistenza tra comportamento e intenzioni potrebbe essere che gli
individui sono incapaci a mettere in atto comportamenti di aiuto o percepiscono se stessi
come incompetenti.
Per riflettere sul senso della gratuita si può iniziare a dire che essa indica un'azione che
non tiene conto dei costi perché si è disposti a spendere tutto e che tutto quello che è
necessario per l'altro è stato speso. La gratuità non è un'azione priva di costi materiali ma
li affronta senza secondi fini, senza condizionamenti, perseguendo un impegno duraturo e
non parziale.
Una definizione ampia e certamente non esaustiva, soprattutto per quanto riguarda
l'identità dei rapporti individuali e collettivi, ma comunque significativa perché richiama un
atteggiamento che esprime il bisogno di superare le logiche del potere, del possesso, del
rendimento fine a se stesso e dell'utilitarismo capovolgendo le pratiche dell'interrelazione
sociale per promuovere il dialogo e l’attenzione verso l'altro. Tradurre questo in percorsi
operativi non è facile, ma la necessità, per il volontariato, di fare ordine nei suoi riferimenti
ed intenti richiede crescita e approfondimento delle motivazioni e del senso che si dà alle
parole che si condividono. In questa direzione il concetto di gratuità, il senso e il ruolo del
dono, chiedono nuova consapevolezza e di essere riadeguati alla contemporaneità.
La gratuità non è un sistema da contrapporre al mercato o alla redistribuzione, all'interno
del sistema sociale è infatti in relazione con essi; contiene qualcosa di più perché mitiga il
sistema dei rapporti sociali, troppo centrato sul conflitto tra interessi, rendendo possibile la
prestazione di beni e servizi senza garanzia di restituzione ma con la finalità di creare,
alimentare e ricreare il legame sociale. Vale a dire un capovolgimento di prospettiva per
sottrarre uno parte degli scambi tra gli individui alla logica del mercato-stato investendo di
più nell'iniziativa della società e mettendo avanti l'importanza del legame sociale e della
cittadinanza nella circolazione del “bene” al di là di inutili divisioni di campo tra buoni e
cattivi, solidali ed egoisti, realisti e ingenui. Il volontariato nelle sue forme di impegno
associativo e nella sua pratica è una manifestazione concreta e socialmente incisiva di
questa forma di gratuità che non significa compassione e che non necessariamente deve
implicare sacrificio, ma che piuttosto si configura come gesto sociale funzionale allo
sviluppo e all'autonomia dell'individuo all'interno di un tessuto di solidarietà sociale in
grado di garantire ed estendere i contenuti della moderna cittadinanza.
Provando a dirlo con un esempio concreto: un gruppo di volontariato interviene con i
servizi sul territorio per rimuovere le cause del disagio e dell'esclusione sociale dei
tossicodipendenti. L’intervento matura a seguito e in concomitanza della conoscenza dei
fattori che determinano lo svantaggio sociale, della comunicazione con i beneficiari
nonché del rilevamento dei loro fabbisogni, si attiva con il coinvolgimento degli stessi
beneficiari e di tutti i soggetti territoriali, delle istituzioni e delle altre realtà di intervento già
avviate, si consolida con la capacità politica di far pressione sulle strutture pubbliche per
estendere l'erogazione dei servizi previsti dalla legge, con la sperimentazione di nuovi
modelli di intervento, con la valorizzazione del consenso e dei risultati conseguiti, con la
possibilità, ove realizzabile, di influenzare la produzione legislativa. In sostanza il gruppo di
volontariato agisce solidarietà e gratuità verso chi ha bisogno di aiuto sperimentando una
nuova sinergia tra la dimensione politica e quella solidale, ovvero prestando servizi senza
garanzia di restituzione, senza attendersi nulla in cambio dai destinatari dell'intervento, ma
alimentando il legame sociale nell'implicita richiesta politica di allargamento delle maglie
della cittadinanza e di giustizia. La gratuità dell'azione del volontariato distingue dunque
quei comportamenti che non vincolano l'altro all'obbligo della riconoscenza, che affermano
la libertà del legame sociale e che validano azioni socialmente significative dei cui effetti
beneficia l'intera comunità.
La pratica della gratuità
Come si è osservato, le problematiche inerenti al tema della gratuità non rimangono pura
teoria ma sono strettamente legate alle modalità e alle forme dell'azione altruistica propria
di un volontariato moderno, in grado di gestire iniziative sociali e di incidere politicamente.
Concretamente questo significa che la gratuità, così come l'insieme dei riferimenti valoriali
altruistici, è una dimensione che si sceglie e si rinnova di continuo, che si cala nella sfera
pubblica e che per questo ha bisogno di essere orientata e di accompagnarsi a scelte
mirate e professionali.
ETICA DEL DONO
Nel Vangelo di Matteo, riscontriamo la novità dell’etica di vivere: il principio di giustizia della regola aurea “non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”, viene sostituito da:
“fai agli altri quello che vorresti fosse fatto a te”.
Sembrano due affermazioni uguali, ma esiste una grande differenza; nel primo (non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te) il principio è “non nuocere”, nel secondo (fai agli altri quello che vorresti fosse fatto a te) il principio è – aiutare chi soffre, perdonare chi ha sbagliato, sollevare chi è caduto – perché quando noi siamo nel disagio vorremmo questa mano che ci tira su.
Questa, nella quotidianità è l’etica del dono, e nella quotidianità, è forse quella che ci vuole.
Nino Di Gesaro
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