Gli extracomunitari: stereotipi , pregiudizi ed utenza

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Documento inserito venerdì 3 ottobre 2008

Stereotipi, pregiudizi ed utenza extracomunitaria


C'e' sempre e da parte di tutti una certa difficoltà, di cui si può essere più o meno consapevoli, ad entrare in rapporto con "altri" che sono sempre, per vari motivi, diversi da noi.
E più sono diversi e più facciamo fatica a riconoscerci in loro, a capirne le abitudini, la cultura, lo stile di vita.
Szondi ne "L'Analisi del Destino" chiama tropismi quelle predisposizioni individuali che attraggono o respingono gli individui nel loro relazionarsi; si basano sul dualismo affinità/contrasto ipotizzando che gli individui si attraggano o si respingano tra loro per eguaglianza o per differenza.
Ingrandendo l'immagine il discorso riguardante gli stereotipi concerne essenzialmente un tipo di relazione non tanto individuale quanto di massa e come tale impreciso, categorizzante, generico. Lo stereotipo cioè non nasce nel rapporto uno a uno ma nasce nell'analisi semplificata di grandi fenomeni, grandi classi e grandi tipologie.
Tornando al dualismo affinità/contrasto, apparirebbe che, nell'analisi del fenomeno degli extracomunitari, lo stereotipo derivi da un marcato contrasto: culturale, somatico, religioso ecc.
Quindi lo stereotipo e' un ragionare per classi: esiste lo stereotipo dell'arabo, dell'italiano, dello psicologo e dell'assistente sociale. Ed esiste anche quello del salumiere. A ben pensare tutto il nostro modo di vedere e vivere la realtà e' mediato da uno stereotipo. Quindi l'uomo, nel captare la realtà che lo circonda e' portato concettualmente a classificare ogni singolo elemento e a ricondurlo ad uno stereotipo.
Rispetto all'approcciarsi al problema degli extracomunitari quindi, non ha secondo me molto senso rifarsi agli stereotipi; anche se dovessimo modificare l'immagine che abbiamo dell'utenza extracomunitaria (ma anche dell'utenza in genere) faremmo semplicemente un cambio di stereotipo, non esiste la possibilità di non stereotipare la realtà.
Viceversa appare realmente dannoso il ritenersi, secondo me a torto, esenti da ogni stereotipo. Allora il problema sta nella maggiore o minore attinenza di questo con una possibile realtà oggettiva (ammesso che essa esista).
Quando lo stereotipo quindi diviene un problema: quando esso diviene pre-giudizio e quindi quando si da un'interpretazione della realtà troppo distante dalla realtà stessa intesa in modo oggettivo. Non necessariamente il pre-giudizio esiste solo in senso negativo; per esempio esiste in positivo sui bambini biondi e con gli occhi azzurri. Ce ne sono di orribili ma molti, potendo scegliere, si farebbero attrarre da questo giudizio a priori senza conoscere.
Per esempio esiste uno stereotipo legato agli zingari: quanto c'e' di pregiudizio nell'affermazione che gli zingari rubano? Quanto dista dalla reale realtà tale pregiudizio?
Allora se si vuole valutare il grado di pregiudizio degli operatori che, secondo le diverse professionalità, si occupano istituzionalmente di extracomunitari, credo che questo debba essere fatto non tanto in una analisi delle due componenti, l'operatore e il marocchino, ma piuttosto sulla loro comune realtà, sul contesto in cui essi interagiscono, sul loro bagaglio culturale e religioso, sul loro modo di comunicare.
E sulle loro motivazioni così come soggettivamente le possiamo percepire dai loro racconti e dalle loro reciproche storie.
Il nostro stereotipo degli extracomunitari ci deriva dalla conoscenza che ciascuno di noi ha di loro. E più la conoscenza e' sommaria e più lo stereotipo rischia di diventare pregiudizio. Tutto un ambiente come un carcere minorile, per quanto molto settoriale si può, con un espressione a me molto antipatica (vedasi "Trash") definire come osservatorio privilegiato. E' quindi corretto considerare non generale la nostra idea del ragazzo extracomunitario ma strettamente legata a quello che noi, quotidianamente, osserviamo. E quindi non attinente alla popolazione degli extracomunitari nel suo totale o addirittura agli arabi come etnia ma peculiarmente su quelli in qualche modo coinvolti in vicende giudiziarie penali minorili. Azzardo quindi l'ipotesi che noi operatori si abbia un'immagine del ragazzo-utente-extracomunitario che capita nelle maglie della giustizia minorile come competente e sufficientemente conforme alla realtà oggettiva cui più sopra accennavamo. Ci troviamo di fronte a due blocchi: da una parte tutta una serie di strutture, spesso complesse, a volte repressive altre di sostegno ed aiuto: penso tra le prime il Tribunale per i Minorenni quando condanna, tra le seconde il Tribunale per i Minorenni quando rilascia e promuove interventi di sostegno. Dall'altra l'utenza. In quale rapporto queste due entità interagiscono e con quale finalità lo fanno e con quale obiettivo comune lo fanno?
Vi e' un grande dispiego di energie, risorse, danaro, che ha, come scopo, quello di favorire l'integrazione della nostra utenza extracomunitaria nella società italiana. Il risultato di tutto questo lavoro e' assai vicino allo zero.
Si cerca di offrire opportunità di integrazione a soggetti che non hanno, tra i loro obiettivi, quello di integrarsi.
Saremo in grado di dare loro ogni opportunità, trovargli un lavoro, seppur non eccezionale ed anche un posto dove stare. In ogni caso le stesse opportunità che diamo ai nostri ragazzi italiani. Probabilmente, e su questo ci sarebbe da discutere, senza chiedere neanche tanto in cambio.
Tali interventi non sono accettati o sono, quasi sempre, elusi.
Quindi, dal punto di vista del ruolo dell'assistente sociale più proiettato verso l'esterno e quindi verso l'integrazione, il lavoro e' sicuramente perdente e scoraggiante.
Si ragiona anche qui su grandi classificazioni ma queste non sono granché frutto di pregiudizi ma di una precisa analisi della realtà: lo stereotipo quindi e' abbastanza conforme ad una situazione oggettiva che rileviamo quotidianamente e che ha precise rispondenze statistiche. Non c'e' granché pregiudizio. I nostri interventi non vengono accettati o non sono competitivi. Per quanto l'organizzazione sociale occidentale, per dirla con Chapman ne "Lo stereotipo del criminale" dia frutto a fenomeni di devianza e crei capri espiatori tra le classi deboli a tutto vantaggio di quelle dominanti e' un altro dato di realtà che e' comunque all'interno di questa struttura sociale che i tentativi di integrazione vengono fatti a livello istituzionale. E, ripeto, anche con grande dispiego di energie.
E proprio in tale contesto occidentale e' giusto che si continui ad offrire, anche se con poco successo, opportunità ai ragazzi extracomunitari, in attesa anche che a loro interessi integrarsi nella nostra società e non solo arricchirsi attraverso atti illeciti gravi.
Ma intanto? Di fatto sono due blocchi contrapposti: noi che offriamo e loro che rifiutano.
Tale situazione di fatto acquista maggiore rilevanza e drammaticità all'interno dell'istituzione carceraria minorile.
In quel contesto il conflitto si acuisce ulteriormente: i due gruppi tendono a vivere vite separate e parallele, meglio se interagiscono il meno possibile.
Una grande presenza di individui Nord Africani rappresentano una forza estremamente potente capace di influenzare fortemente, e non nel senso più positivo in quanto in contrapposizione, le dinamiche all'interno del carcere.
Il sussistere anche all'interno del carcere di un forte sottosistema etnico va nel senso della ingestibilità, della progressiva contrapposizione, nella necessità di una custodia forte.
L'aspetto positivo e' nella non commistione di individui diversi, quindi nel non contatto tra italiani e stranieri.
Viceversa una parcellizzazione del gruppo degli extracomunitari, per esempio per effetto di una suddivisione per gruppi legata alla posizione penale, può favorire l'interscambio culturale tra soggetti di provenienza diversa.
Il succo di tutto questo discorso, a mio parere, sta nella posizione nostra di operatori, carcerari e no, all'interno di questo tipo di dinamiche, molto forti e molto complesse.
Siamo mediatori tra culture diverse? Siamo noi delegati a risolvere il problema dell'immigrazione che ha invece una risonanza che attiene maggiormente il livello politico che quello giudiziario (per giunta minorile?). Noi, che ci stiamo a fare?
Se l'obiettivo e' ancora quello di essere noi ad accostarci, all'interno di un carcere, alla loro cultura, alla loro lingua, ribadiremo il gioco che da anni stiamo perpretando e che e' assolutamente omeostatico: ancora noi ad andare loro incontro, ad offrire ancora ulteriori opportunità ...non richieste!

E' possibile inventare qualcosa, tutti insieme, affinché comincino loro, che invece ci hanno capito benissimo, a chiedere qualcosa a noi?

Nino Di Gesaro

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