Cosa cambierà per la Sicilia con il federalismo?
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Quesito inserito mercoledì 29 dicembre 2010
Salve,
sento parlare ogni giorno di federalismo ma non ho ben capito cosa cambierà per noi siciliani.
Non si capisce bene quanto costi, se farebbe bene all'Italia, insomma c'è un po di confusione generale, certamente ne ho io a sentire tante notizie.
Chi dice che sarà un bene, chi un male, non capisco proprio dove sia la verità.
Che mi dite?
Rino
Risposta pubblicata mercoledì 29 dicembre 2010
Salve Rino,
ciò che posso fare è risponderti con qualche considerazione personale, ovviamente trattasi di punti di vista ( o di svista) quindi prendi tutto con il giusto beneficio d'inventario.
Ti sconsiglio di formare le tue convinzioni sulla base di punti di vista altrui, preferisci sempre i testi delle leggi, sarà più complicato ma certamente più genuino.
Le leggi cambiano e lo fanno – o dovrebbero – seguendo l’evoluzione storico culturale della società a cui fanno riferimento.
Quest’ultima per orientare la propria coscienza ha come unico riferimento la memoria storica, la sola capace di plasmare i propri punti di vista, pareri ed opinioni alla luce di Fatti già avvenuti.
E’ infatti principio pacificamente condiviso che la storia si ripete, così come è condivisa la ciclicità dell’economia.
Tali ripetizioni discendono dall’unicità ed identicità delle caratteristiche naturali del soggetto ispiratore, l’Uomo.
Le problematiche di natura giuridica e sociale fin qui affrontate riportano tematiche richiamate più volte da autorevoli studiosi.
Era il 1901 quando su “La Croce di Costantino” apparve quest'articolo di Luigi Sturzo: «Lasciate che noi del meridione possiamo amministrarci da noi, da noi designare il nostro indirizzo finanziario, distribuire i nostri tributi, assumere le responsabilità delle nostre opere, trovare l'iniziativa dei rimedi ai nostri mali».
Analizzando il primo decreto attuativo, il cosiddetto “ Federalismo Demaniale” sembra però che i rimedi auspicati da Don Sturzo siano oggi guidati da quello che Papa Giovanni Paolo II all’interno dell’enciclica “SOLLICITUDO REI SOCIALIS” , apostrofava con il neo nato termine: “Supersviluppo” per indicare quella insana ricerca del profitto a tutti i costi senza alcuna mediazione solidaristica.
E’ pur vero che tali concetti furono sviluppati da Papa Giovanni Paolo II in relazione ai rapporti economici tra i paesi occidentali ed il terzo mondo, ma è anche vero che non c’è nssun uomo che non si possa dire a Sud rispetto ad un altro.
Non pare quindi una forzatura la similitudine tra Nord e Sud dello Stato Italiano rispetto al concetto del Supersviluppo volto a piegare alle ragioni del profitto economico la solidarietà sociale tra gli uomini.
Riforma Federalista o Federalismo Fiscale hanno qualcosa in comune, il termine Federalismo.
Nel suo significato più antico, nel diciassettesimo secolo e prima dell’utilizzo politico, era utilizzato nella teologia federale o dell’alleanza (Es: Romani 5:12-21, Giovanni 3:1-8 e Romani 8:1-17).
Tale teoria dell’ Alleanza tra Dio e gli uomini può senza grosse difficoltà prestarsi come spunto ispiratore di una riflessione sui rapporti tra Stato e Cittadini nei giorni nostri.
Per convenienza argomentativa, mitigando ogni blasfemia in virtù dell’attuale interesse della tesi concreta, tale Teoria adattata ai giorni nostri pone lo Stato come espressione della volontà del cittadino, più in generale della persona umana concentrata entro determinati confini.
In questo costrutto argomentativo si pone il tassello di maggior importanza, cioè: La Convivenza Umana, l’unica in grado di generare solidarietà (o odio) tra i propri simili, concetto alla base della legittimazione di molti interventi della riforma del federalismo fiscale (es:Fondo perequativo).
Assunta la suddetta Convivenza Umana come verità aprioristica del nostro ragionamento, non possiamo che richiamare l’attenzione sullo scritto di Don Luigi Sturzo dal titolo: L’economia senza Etica è Diseconomia”.
I tre concetti guida attorno ai quali si sviluppa tutto il suo pensiero in merito ai problemi fondamentali della convivenza umana sono: la società, lo Stato, la democrazia.
La società viene da lui concepita organicamente, né individualisticamente, né collettivisticamente, cioè deriva dalla persona che ne è il suo principio etico-organico e il suo fine, e nel contempo mezzo affinchè essa raggiunga la propria realizzazione.
Don Sturzo quando nei suoi scritti invoca la Persona si riferisce a tutto ciò che essa rappresenta dal punto di vista sociale, culturale, spirituale, in generale la sua affermazione e realizzazione in senso materiale ed ultraterreno ( Così in Morale e Politica in Conflitto in Opera Omnia).
Quanto il mezzogiorno d’Italia e la Sicilia possono dirsi, a voce dei suoi abitanti, realizzati sotto gli aspetti sopra citati?
Lavoro, sicurezza, legalità e via discorrendo, quanto sono dissimili dai cittadini del nord?
Su questi presupposti dovrebbe ragionare la collettività nella commisurazione degli aiuti economici, questa dovrebbe essere la filosofia che ispira il fondo perequativo e gli altri trasferimenti previsti, diversamente ci sarebbe diseconomia perché i confederati non capirebbero i motivi che ispirano quel “Dare Economico” che in ogni caso dovrebbe prescindere da ogni tipo di conteggio d’opportunità statale e comunque slegato da un cieco virtuosismo di fatto inattuabile a breve scadenza per le terre razziate da una speculazione ed abbandono dello stato che le hanno messe in ginocchio.
Continuando ad esaminare brevissimamente il pensiero di Don Sturzo giungiamo al secondo concetto alla base del suo ragionamento: Lo Stato.
Esso è per la società e non viceversa, di essa deve garantire l’ordine e la difesa senza sopprimere l’organicità della sue forme sociali, ma deve coordinare le attività con forma regolatrice ed integratrice per il bene comune.
Su questo secondo concetto diventa davvero difficile sorvolare, non scendere nel particolare, non chiedersi se lo Stato abbia garantito l’ordine e la sicurezza al popolo siciliano.
Purtroppo domandarselo equivarrebbe a porsi una domanda retorica, ma vale tuttavia osservare come lo stato abbia da tempo ormai dimenticato e rinunciato al proprio monopolio sulla violenza, legittimando le mafie ad operarla in vece di esso.
Sarebbe interessante affrontare le teorie di Henner Hess e Hobsbawm sul sistema parallelo della criminalità , ma tali excursus sociologici richiederebbero analisi approfondite che ci allontanerebbero dal nostro tema, tanto più che i dati strumentali alle nostre argomentazioni sono lapalissiani, ovvero che il fenomeno mafioso ha origini e studi molto lontani, che lo Stato ha volutamente abbandonato il meridione d’Italia e tutta la sua gente, costringendola ad un sottosviluppo oggi alla base delle accuse giustificatrici di cambiamenti economici e sociali a loro, ancora una volta sfavorevoli.
In termini risarcitori, quanto vale l’infelicità di milioni di persone per le azioni dolose di un Ente, di uno Stato, del proprio Stato?
Ma più nel particolare, considerate le stime – per difetto – degl’introiti delle associazioni criminali del meridione d’Italia di circa 100 miliardi di euro annuali, e considerato che di tali introiti si assommano da tantissimi anni ed il loro incremento per l’investimento, ci si chiede dove si trovino, in quali opere o attività e di quali regioni, in considerazione del fatto che il meridione è rimasto povero.
Chi ha rallentato chi?
Da qui ad ipotizzare il reinvestimento al nord del paese il passo è breve.
Ma sulle supposizioni non si costruisce nulla di duraturo, ciò che interessa sottolineare è che l’argomentazione fomentatrice da parte di certa politica, rispetto ai meridionali è tanto fallimentare quanto lo sarebbe lo stato italiano in assenza di quei punti di Pil che l’economia criminale genera e che lo Stato ha lasciato proliferare.
Lo stesso lassismo ed indifferenza lo ritroviamo nel decreto riguardante il Federalismo Demaniale.
Può una riforma federalista affrontare il problema del demanio senza attribuire i giusti fondi per il mantenimento e la fruizione delle opere assegnate alla regione Sicilia, mettendo così in crisi il proprio sistema turistico, l’unico capace di generare sviluppo in una tale regione?
Qual è la ratio che ispira un decreto attuativo come quello del Federalismo Demaniale?
Ultimo concetto alla base del pensiero di Don Sturzo è la Democrazia che riconosce come governo di tutto il popolo e per tutto il popolo , non di una parte contro un’altra parte.
Dunque così come il Toniolo, anch’egli nella sua concezione antropologica del pensiero economico pone alla base di ogni sano sviluppo relazioni sociali guidati da criteri di solidarietà.
Oggi giorno però tale concetto di democrazia sembra svuotato di ogni significato, le leggi elettorali dello stato italiano, la cosiddetta Porcellum (così apostrofata dal suo sottoscrittore Ministro Maroni) permette ad una maggioranza relativa di avere un premio di maggioranza tale per governare un intero paese, un abboffata di rappresenti alla camera che unitamente all’abrogazione del voto di preferenza ha generato la cultura del “Principe” che unge personalmente i “papabili” inseriti nel cosiddetto listino dei nominabili dal popolo.
Un popolo che non ha più una vera e propria rappresenta diretta e che – come nel caso del meridione d’Italia e della Sicilia – deve piegarsi all’agenda politica decisa da un partito che rappresenta l’8% circa degli italiani nella sua cieca corsa al federalismo.
Il fatto che non si conoscano ancora i costi del federalismo, in un momento di crisi mondiale come quello che viviamo, con l’Italia in Top List tra le inclini al fallimento, la dice lunga sulla situazione democratica del nostro paese e su come gl’interessi degli italiani non siano rappresentati egualmente in parlamento e non potrebbe essere diversamente vista l’autoreferenzialità del sistema elettivo di rappresentanza.
Oggi infatti appare del tutto disattesa la necessaria riflessione sulla <Questione Sociale> e la ratio ispiratrice dei provvedimenti legislativi attuativi della Legge delega sul federalismo fiscale, sembra più orientata a rimarcare le differenze tra il nord ed il sud dell’Italia che a risolverle.
Si assiste ad un cannibalismo mediatico e culturale che ha ormai fatto della strumentalizzazione dei problemi dei mezzogiorno il leitmotiv giustificatore di un capitalismo liberista senza contrappesi sociali e solidaristici, con al soldo intellettuali da “macchietta napoletana” dominatori della scena televisiva-editoriale del nostro paese.
Come non rimanere atterriti di fronte le teorizzazioni del Prof. Luca Ricolfi ( & Co.) nel libro “Il Sacco del Nord” che attribuisce al Sud le colpe della crisi dell’Italia, con l’intelligente ausilio della scienza statistica per sostenere la bontà delle proprie teorie?
Ma più l’osservazione si raffina, più diventa precisa e chirurgica e più si capisce che si è costruito un sistema socio-economico-politico per dividere l’Italia, e si stenta a trovare parole che non risultino offensive di coloro, che per la carica pubblica che ricoprono, meriterebbero in linea di principio rispetto.
Una sorta di filosofia aziendalista applicata ad uno stato democratico; l’Italia come fosse una Holding a rischio fallimento, che salva i pezzi buoni del gruppo creando sottoinsiemi di società dalla autonoma responsabilità a cui attraverso scambi infragruppo addossa tutto il debito per portarle al fallimento senza intaccare la parte buona della holding stessa.
La suddetta rimuginazione intestina, quasi eritemica si può provare ancor più leggendo bene il decreto attuativo sul Federalismo Demaniale.
Il 50% del patrimonio trasferibile è concentrato al Nord, e se si include in Lazio (che ha il 27% grazie a Roma) si arriva al 76% concentrato in tre sole regioni.
Quello che prima era di tutti gli italiani verrà concentrato nella disponibilità di 4-5 regioni.
Un decreto attuativo predisposto nell’incompletezza delle informazioni dei beni da trasferire, in mancanza d’informazioni sulla futura struttura delle entrate proprie degli enti territoriali, in barba alla situazione di emergenza della finanza pubblica e nell’assenza di definizione del sistema di perequazione.
Come potrà ad esempio la Sicilia farsi carico dei beni ad essa assegnati in una situazione di crisi come quella che vive? Sarà costretta ad alienarli alcuni?
Era proprio necessario tale decreto in quanto a tempismo?
Quello che emerge con chiarezza è che fino a quando non saranno stabilite regole chiare per la regolamentazione del fondo perequativo e di tutti gli altri trasferimenti, si rimarrà in una situazione d’incertezza e di strumentalizzazione di una questione così delicata e potenzialmente capace di sfaldare l’unità nazionale.
Bisogna impedire che i dovuti aiuti siano assimilati ad elemosine.
Temo, e con questa ultima riflessione concludo, che si stia riproponendo la stessa ingerenza dei poteri forti e mortificazione del meridione che avvenne negli anni 50, con l’istituzione della Cassa del mezzogiorno d’Italia.
Costruzione politica di De Gasperi che trovò il modo per riscattare il meridione allineandolo al nord con un programma di opere mai visto prima.
Un progetto eccelso che però arrivato in Parlamento, nel corso dell’esame subì alcune significative modifiche ad opera dei vicini a Confindustria, che tolsero dal disegno riformatore il principio di contestualità tra interventi infrastrutturali e industrializzazione per evitare che nuove industrie nascessero al sud.
Tale linea cosiddetta di Preindustrializzazione rese difficile l’impianto successivo di industrie nei territori e tale modifica alla proposta del Governo, da parte del Parlamento e dei poteri forti in esso rappresentati segnarono l’esclusione dal boom economico che investì l’Italia settentrionale.
Einaudi in una lettera a De Gasperi del 10 Giugno 1950 si complimenta per il disegno di legge sulla cassa del mezzogiorno ed al contempo osserva che le modifiche apportate al testo saranno lesive per il mezzogiorno in quanto mille miliardi in mano a chi possa usarli bene sono molti, mille miliardi in mano a chi non sappia e non possa usarli bene possono essere persino negativi.
Tutto il resto è storia siciliana, fatta di un’autostrade inesistenti o incomplete dopo 50 anni e con il trasporto su rotaia ancora mono binario con in aggiunta la beffa di un Federalismo Fiscale che vuole tagliere i trasferimenti ad una terra dolosamente plasmata sull’assistenzialismo per non infastidire l’economia settentrionale, che non avrebbe come sopravvivere.
Giuseppe Colajanni
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