Burocrazia o inefficienza ? Ruolo del volontariato

home page»Approfondimenti»Tematiche Sociali e Volontariato
Documento inserito venerdì 3 ottobre 2008

Burocrazia o inefficienza ? Ruolo del volontariato

In Italia assistiamo ad un fenomeno particolare: la proliferazione legislativa finisce con il produrre l’effetto contrario rispetto a quello che si intendeva proporre, cioè sviluppa una minore tutela giuridica effettiva.
Al cittadino, nella pratica della tutela dei diritti, è data la possibilità di ricorrere agli istituti di giustizia civile a seconda che si tratti di rapporti tra cittadini o di rapporti tra i cittadini e la Pubblica Amministrazione.
Osservando che le aspettative del cittadino sono maggiormente garantite nel primo caso, e cioè, quando ad opporsi alle sue pretese non sia l’istituzione pubblica, ma un privato.
Questo perché il cittadino può rivolgersi agli organi di giustizia ordinaria (tribunale o pretura), mentre nel secondo caso deve rivolgersi agli organi di giustizia amministrativa e questa, per tradizione, si occupa, tranne casi rarissimi, di interessi legittimi.
Nei rari casi in cui si fa ricorso al diritto penale, questo, ha il pregio di essere snello e veloce.
Il processo penale è più veloce di quello amministrativo e di quello civile, ha maggiore risonanza: tutto ciò che passa attraverso il canale penale viene recepito dai mas media con maggiore intensità di quello che viene fatto per le iniziative civilistiche o amministrative.
Il Codice di procedura penale entrato in vigore nel 1989, ha ampliato la figura della “solidarietà”, vi sono varie norme che hanno evidenziato la possibilità per i cosiddetti enti esponenziali di mettere in moto meccanismi di tutela (enti di volontariato dal cui statuto risulti che si occupano della materia che può formare oggetto di azione giudiziaria).
Un aspetto importante è questo: la maggior parte delle figure di illecito penale è perseguibile d’ufficio (ricordiamo che le categorie di reati si dividono in due: quelli perseguibili d’ufficio e quelli perseguibili a querela del diretto interessato) e così in particolar modo per i reati che si possono verificare all’interno della salute.
Nel richiedere l’applicazione di un diritto, (spesso compreso fra le righe di una legge rimasta solo enunciazione di principio), si instaura un iter burocratico ed esistono circostanze in cui diventa insostenibile e disumano.
Molte applicazioni in Sanità rientrano in questo contesto!
Vi sono delle circostanze in cui il buon senso dovrebbe prevalere sulla burocrazia (carica di formalismo e grettezza): quando si opera per assicurare una qualità di vita accettabile o spesso per assicurare la vita stessa.
Ma, la “dimensione della vita umana” nel nostro sistema sanitario è carente. Non a caso si parla spesso di bilanci e sempre meno di umanizzazione.
E proprio in questo contesto che si sono evolute le applicazioni del “volontariato” capace di assolvere contestualmente due ruoli, quello di servizio supplente sul territorio, come risposta efficace ed efficiente alle attese della salute di alcuni cittadini, e quello politico che tende alla rimozione delle cause, l’opporsi all’esclusione sociale, come spinta di liberazione dalle condizioni di emarginazione, ingiustizia, disagio sociale, povertà.
Giornalmente la stampa evidenzia il frutto della burocrazia: malati isolati in ospedali fatiscenti, malati sequestrati in corsia, con grave danno all’erario dello Stato, per la lungaggine di avere un ausilio, malato abbandonato al proprio domicilio per la complessità dell’intervento previsto, ecc…

La burocrazia nella programmazione (intesa come eccessiva osservanza dei regolamenti nella loro forma esteriore), spesso riesce a bloccare fattezze innovative di nuovi servizi ed ha come complice le “autonomie” normative della nostra Regione che si ostina a ritenere indipendente l’organizzazione dell’intervento sanitario dall’intervento sociale.
La razionalizzazione della spesa sanitaria (per la burocrazia), non deve significare riduzione dei servizi ma conversione delle risorse in attuazioni realmente utili, correlati ai bisogni, secondo il valore comune di una civile convivenza e la concretezza delle scelte legislative deve trascurare le speculazioni e gli interessi di parte, la ricerca e la sperimentazione deve essere affidata a riconosciute autonomie professionali, e….forse… come chiedere di convertire l’elefante in una lepre?

Esistono attualmente ampie aree a rischio di povertà, basta girare per i quartieri delle città per rendersi conto: degrado e criminalità urbana, evasione dalla scuola d'obbligo, disoccupazione giovanile, violenze diffuse, povertà materiali si sommano ai modelli culturali ed alle espressioni tipiche dell'emarginazione attuale, come la tossicodipendenza, il disagio mentale, il razzismo, l’AIDS.....Vecchie e nuove povertà s’intrecciano con i percorsi di vita di tanti uomini e donne erodendo i presupposti di una moderna cittadinanza e creando un’effettiva riduzione della base sociale della democrazia.
Molte realtà del Volontariato sono "immerse" dentro questa tragica condizione della nostra società.

Mi riferisco a quelli che hanno saputo stimolare ed organizzare una forte cittadinanza attiva, a quanti sono riusciti - sul territorio - a sviluppare nuove relazioni di vicinato, di coinvolgimento della comunità locale e del territorio, a coloro che hanno saputo utilizzare servizi sociali innovativi, di sperimentazione, di stimolo, d’anticipazione e di promozione di nuove e coerenti politiche sociali, e a tutti gli altri che - in varie forme e linguaggi, e con diversi contenuti e valori - hanno posto al centro i temi della giustizia sociale, della pace e della salvaguardia dell'ambiente.

In sostanza c'è stato il rifiuto di considerare i cittadini e gli emarginati degli "utenti" da assistere o da standardizzare in schede ed in servizi "freddi", asettici o ripetitivi. E ciò perché ci si è messi di fronte non a generici emarginati o categorie (i tossicodipendenti, gli immigrati, i nomadi, i minori a rischio, i portatori di handicap, ecc...), ma a persone che hanno un nome ed un cognome, una loro originalità, coscienza, carattere, valori, diritti, come anche limiti e meschinità: persone normali, emarginati da una "normalità" guasta e superficiale che richiede certamente un profondo mutamento.

Un cammino dunque si è fatto. C'è una forte tensione critica e progettuale sempre meno assistenzialistica, bigotta, riparatoria, ...ma adesso bisogna fare qualcosa d’ulteriore....

Esistono pertanto tanti e buoni motivi per comprendere perché il volontariato, insieme ali altri soggetti del Terzo Settore (cooperative sociali, associazioni, centri sociali), vuole e deve far sentire la propria voce ed esprimere proposte e contenuti alternativi.
Costruire un nuovo stato sociale. E’ necessario battersi per avere un Pubblico che interviene nei servizi socio-sanitari in modo diverso dall’attuale (non sociali e non sanitari staccati!) (spesso spreconi e burocratizzati), con più attenzione ai momenti di progettazione, di formazione e di verifica.

Si deve dar vita ad un “welfare-mix” in cui far collaborare sul territorio il Pubblico, i soggetti del Terzo Settore, la Comunità stessa, le famiglie e i cittadini. Integrazione e prevenzione sono delle coordinate concrete.
Impegnarsi soprattutto per realizzare nuove relazioni di comunità.
Realizzare una capillare socializzazione del territorio per andare oltre la mafia. Dobbiamo impedire che nel territorio, soprattutto nel Mezzogiorno, la mafia regoli – in modo perverso ed efficace – i comportamenti e le risposte ai bisogni di lavoro, di gestione del tempo libero, di giustizia, d’identità delle famiglie e dei giovani. Dobbiamo inoltre far conoscere un altro volto dello Stato, spesso assente nel Sud, quello delle politiche sociali, della politica educativa, della tutela e promozione dei diritti di cittadinanza, del sostegno all’autosviluppo imprenditoriale. Solo così l’azione antimafiosa, da un lato revulsiva e dall’altro di rottura dei legami con l’affarismo economico e finanziario e la vecchia politica, potrà poggiare su una base territoriale matura, libera, ricca di senso e capace di produrre democrazia, legalità e partecipazione e di liberare risorse economiche e culturali.
Promuovere la riforma della politica. La fase costituente della democrazia del nostro Paese deve entrare ed affermarsi nelle città e nelle regioni del Mezzogiorno. Si deve evitare che il cambiamento sia gestito solo da poche élite politiche/economiche/informative, con i cittadini a fare da spettatori e di gruppi di volontariato e della società civile organizzata a fare da tifosi passivi. Sul territorio bisogna realizzare un sistema politico istituzionale aperto, dove i cittadini, i piccoli e i poveri finalmente diano il loro contributo e i cittadini e le organizzazioni di volontariato costituiscano, alla pari con i partiti, la nuova democrazia. E’ indispensabile inoltre “riempire” la politica di valori, contenuti, linguaggi e uomini nuovi, in modo da dare spessore e concretezza agli obiettivi della giustizia sociale.
Promuovere un nuovo rapporto fra volontariato ed impresa in una logica di non (solo) profit. Sfidare il sistema produttivo delle imprese ad esercitare il proprio dovere di solidarietà, tenuto conto che, da un sistema territoriale degradato, culturalmente povero, deprofessionalizzato, con presenze illegali di criminalità (usura, racket) e di mafia, si rischia di non crescere, né di stimolare autosviluppo. E’ necessario pertanto stabilire rapporti sinergismi in grado di promuovere nuovo lavoro, rafforzando la cittadinanza sociale.

Il ruolo del Volontariato deve essere quello di promuovere una "cultura di giustizia" che è rischio nell’impegno quotidiano ma che sa anche dirigersi una progettualità politica comune che non deve essere intesa con l’omologazione dei partiti, ( "La giustizia senza la carità è incompleta, ma la carità senza la giustizia è falsa" dice Don Milani).

Cerchiamo di non cadere nel facile tranello di offrire come dono di carità ciò che è dovuto a titolo di giustizia, ricordando che nel Vangelo di Matteo, riscontriamo la novità dell’etica di vivere: il principio di giustizia della regola aurea “non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”, viene sostituito da: “fai agli altri quello che vorresti fosse fatto a te”.
Sembrano due affermazioni uguali, ma esiste una grande differenza; nel primo (non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te) il principio è “non nuocere”, nel secondo (fai agli altri quello che vorresti fosse fatto a te) il principio è – aiutare chi soffre, perdonare chi ha sbagliato, sollevare chi è caduto – perché quando noi siamo nel disagio vorremmo questa mano che ci tira su.

Di A. Schopenauer ho letto che "la vita è una stoffa ricamata nella quale ciascuno nella propria metà dell'esistenza può osservare il diritto, nella seconda invece il rovescio: quest'ultimo non è così bello, ma più istruttivo, perché ci fa vedere l'intreccio dei fili".
Da anni mi trovo ad osservare la trama, le cimature, i nodi di molte "stoffe".
La conoscenza di esperienze, la condivisione della sofferenza e del "cammino" di soggetti svantaggiati, ha evidenziato che "primum vivere, deinde philosophari" (in primo luogo bisogna vivere, poi fare filosofia).
E' una scelta di campo, una solidarietà di classe, con crescente motivazione di coerenza cristiana, sostenuta dalla convinzione che il donare per un tempo, un gesto…. sia espressione della comunità civile, realizzabile tramite ciascuno di noi, …generosi esecutori di un dovere che essa assolve per nostro tramite.
In questa valorizzazione, ogni gesto, ogni atteggiamento, ogni azione della nostra vita di relazione diventa amore, vuoi che si chiami solidarietà o carità cristiana per i credenti.

Leggi, i regolamenti e le circolari possono continuare ad essere luce che ravviva il nostro agire ma evitiamo che si convertano in lampi per illuminare le nostre marionette.

Nino Di Gesaro

torna ai documenti della categoria Tematiche Sociali e Volontariato

Tipo:

Regione:

Provincia:

Tipo:

Regione:

Provincia:

Copyright © 2008 Social Comunication
Sito realizzato da Os2.it Creazione siti web